sabato, marzo 03, 2012

La vicenda umana e divina del santo falegname



L'Angelo che convinse San Giuseppe a sposare Maria
di don Marcello Stanzione






Nella vita di Gesù all’angelo dell’annunciazione segue l’angelo che possiamo definire come ammonitore. Nel vangelo questo angelo non si presenta con un nome specifico ma presumibilmente si tratta sempre dello stesso Gabriele. In ogni vita umana infatti non basta annunciare ciò che deve accadere, ma è indispensabile controllare e sorvegliare l’esecuzione di ciò che è stato annunziato. L’angelo dell’annunciazione porta il messaggio di Dio al sacerdote Zaccaria, alla vergine Maria e ai pastori.
L’angelo ammonitore si presenta a Giuseppe cui, come padre legale, è stata affidata la protezione della vita più preziosa, circondata per questo da agguati e da pericoli sin dall’infanzia Leggendo le prime pagine del Nuovo Testamento si comprendono meglio le ultime pagine dell’apocalisse: “Il drago perseguitò la donna, che aveva dato alla luce il maschio. Alla donna allora furono date un paio di ali della grande aquila per fuggire nel deserto” (Ap. 12,13ss). “La donna”, cioè Maria, ebbe accanto contro le lotte e le afflizioni della vita, il fedele Giuseppe. Ma anche Giuseppe non può gareggiare con il drago cioè con il demonio, perciò con Maria e col bambino viene preso sotto “le ali della grande aquila”, cioè sotto la guida dell’angelo ammonitore che si presentò quattro volte a san Giuseppe durante l’infanzia di Gesù.
La Maestà divina permise che la Santa Vergine ed il suo Santo Sposo provassero la pena interiore del dubbio, affinché oltre i meriti ch'essi acquistavano con un sì lungo martirio, il merito della consolazione divina fosse, in essi, e più ammirabile e più singolare. Maria praticò molte virtù in quello stato, di modo che Ella ci insegnò a sperare nel rimedio dell'Altissimo, nelle più grandi afflizioni. E quale esempio in San Giuseppe! Perché nessuno mai ebbe più grandi soggetti di sospetti, né più discrezione nel sospendere il giudizio quanto lui. Il dolore della gelosia produce delle fitte sensibili in colui che ne é attinto, e nessuno ne risentì così sensibilmente gli effetti come lui, benché, in verità, egli non ne sarebbe stato soggetto se solo ne avesse conosciuto 1a vera causa. Egli era arricchito da una scienza e da una luce singolare per penetrare la santità e le belle qualità della sua Sposa. Ma, aumentandogli la stima per quella ch'egli stava per perdere, il dolore di vedersi nella necessità di abbandonarla era aumentato.
L'Altissimo inviò allora il santo angelo, affinché scoprisse, con una divina rivelazione, a San Giuseppe, che dormiva, il Mistero che si era compiuto nella sua sposa. Accingendosi a questa ambasciata, l'Arcangelo apparve, in sogno, al Santo e gli dichiarò, nei termini riportati da San Matteo, tutto il Mistero dell'Incarnazione e della Redenzione. Vi sono anche altre ragioni del perché l'angelo parlò a San Giuseppe in un sogno, e non mentre vegliava, benché questo mistero sia stato manifestato ad altri in stato di veglia.
La prima, è che San Giuseppe era così prudente e così pieno di stima per la Santissima Vergine, che non fu necessario persuaderlo con dei mezzi più forti, per convincerlo della dignità di Maria e del Mistero dell'Incarnazione: perché le ispirazioni divine penetrano più facilmente nei cuori ben disposti.
La seconda, è che il suo turbamento era cominciato dai sensi, ed era giusto, per ciò, che fossero come mortificati e privati della visione angelica, poiché avevano dato l'accesso all'imbroglio od al sospetto: la verità non doveva essere introdotta dal loro organo.
La terza, è che benché San Giuseppe non commettesse alcun peccato in queste circostanze, avendo sospeso il suo giudizio, i suoi sensi contrassero comunque una specie di sozzura: bisognava dunque che l'Angelo facesse la sua ambasciata in un tempo in cui i sensi, che erano stati scandalizzati, fossero interdetti dalla sospensione della loro operazione.
Vi è, infine, una ragione ben più generale: è che tale fu la Volontà del Signore, che essa è giusta, santa e perfetta in tutte le sue opere.
San Giuseppe non vide, comunque, l'Angelo con le specie immaginarie: egli ne udì solamente la voce e ciò gli bastò per conoscere il Mistero. Egli sentì quello che l’angelo gli diceva , ossia che "non temesse di prendere con sé la sua sposa Maria, perché il suo stato era opera dell'operazione dello Spirito Santo. Che Lei avrebbe messo al mondo un figlio, a cui egli avrebbe dato il nome di Gesù: che sarà lui a liberare il suo popolo dai suoi peccati, e che in questo mistero si sarebbe compiuta la profezia di Isaia, che dice: Una vergine concepirà e darà alla luce un figlio chiamato Emmanuele, che vuol dire Dio con noi ".
Si vede, dalle parole dell'Angelo, che il santo aveva lasciato la purissima sposa in ambasce, per cui, non appena si risvegliò, informato del Mistero che gli era stato rivelato, ed istruito dal fatto che la sua sposa era la Madre di Dio, egli si trovò diviso tra la gioia della sua felicità e della sua sorte insperata ed il dolore di aver fatto quello che aveva risoluto di fare. Egli rese grazie a Dio per il Mistero che gli era stato scoperto e per averlo fatto sposo di Colei ch'Egli aveva scelto per Madre, non meritando di essere suo servitore.
Il dubbio ed il turbamento ch'ebbe San Giuseppe gettarono, in lui. Le fondamenta di una profondissima umiltà, necessaria a colui cui era stata confidata la dispensa dei più alti consigli del Signore. Il ricordo di quello che era accaduto, gli servì di istruzione durante tutta la sua vita.
La felicità e la fedeltà di questo Santo furono incomparabili, non solamente perché egli aveva nella sua casa l'Arca vivente della Nuova Alleanza, ma perché egli la custodì come un servo fedele e prudente. Così il Signore lo costituì sulla sua famiglia, affinché ne avesse cura nel tempo convenevole, come un fedele dispensatore.




Ma come l'Arcangelo convinse Giuseppe? Ascoltiamo ed ammiriamo con quale sapienza egli parla: "Giuseppe, figlio di Davide - gli dice - non temere di prendere con te Maria, tua sposa".
L’angelo menziona dapprima Davide, da cui il Messia doveva nascere; e così calma di colpo tutti i suoi timori, facendogli tornare alla mente, citando il nome di uno dei suoi antenati, la promessa che Dio aveva fatta a tutto il popolo giudeo. Non solo, ma spiega anche perché lo chiama "figlio di Davide", con l'aggiungere le parole "non temere". Dio, attraverso l'Angelo, parla con infinita dolcezza: il "non temere” sta ad indicare che Giuseppe temeva di offendere Dio tenendo presso di sé una potenziale adultera. L'Angelo, cioé, vuol provare, e lo prova a sufficienza, che egli viene da parte di Dio e, dopo aver pronunciato il nome della Vergine, aggiunge "tua sposa", poiché questo titolo mai si sarebbe dato ad un'adultera. Il termine "sposa" sta, ovviamente, qui per "fidanzata".
"Prendere Maria", non indica altro che Giuseppe continui a tenere Maria nella sua casa, dicendogli in sostanza che é Dio che gliela dona, non già i suoi genitori. Egli gliela dona non per i soliti scopi del matrimonio, ma soltanto perché dimori con lui, unendola a Giuseppe per mezzo dell'Angelo stesso che gli parla. Ella èé ora affidata a Giuseppe, come più tardi, sotto la Croce, Cristo La affiderà al suo Discepolo prediletto, figura dell'intera umanità.
"Darà alla luce un figlio - continua Gabriele - e tu lo chiamerai Gesù" (Mt. 1, 21).
Infatti, gli spiega l'Arcangelo, sebbene questo fanciullo sia stato concepito dallo Spirito Santo, non credere per questo di essere dispensato dal prendertene cura e dal servirlo in ogni cosa. Sebbene tu sia estraneo al concepimento e sebbene Maria sia rimasta perfettamente Vergine, tuttavia io ti do il compito di un padre: il compito, cioè, di dare il nome al neonato. Sarai tu, infatti, che gli imporrai il nome e, sebbene egli non sia tuo figlio, tu gli dimostrerai l'affetto, proprio di un padre.
"Per questa ragione - conclude l'Arcangelo Gabriele - ti permetto di dargli il nome, per renderti subito familiare al Bambino".
Per evitare che ciò gli faccia credere che egli sia veramente il padre del bambino che sta per nascere, ascoltiamo con quanta precisione Gabriele gli parla. "Partorirà", egli dice; non dice: partorirà da te, ma dice genericamente che partorirà, in quanto la Vergine non ha partorito Gesù Cristo con Giuseppe e per Giuseppe, ma per tutti gli uomini.
Non dimentichiamo, infine, che nella descrizione della nascita di Gesù, si legge: "promessa ad un uomo, che si chiamava Giuseppe". Lo chiama dunque "uomo", ossia vir, per dire che egli è, non per essere marito, ma "uomo di virtù", nonché uomo di lei.
Egli doveva essere il "suo uomo", perché era necessario che tale egli fosse reputato; così come anche fu chiamato padre del salvatore, perché fosse creduto che lo fosse, ed infatti anche l'evangelista dice: "Gesù aveva quasi trent'anni ed era creduto figlio di Giuseppe" (Lc. 3, 23). Dunque, egli non era né marito della madre né padre del figlio, sebbene per una certa e necessaria disposizione, per un po' di tempo, tale fosse detto e creduto.
Questi è San Giuseppe, il Testimone cosciente della mantenuta Promessa, l'uomo al quale il Signore riconobbe poter affidare i suoi più grandi tesori, l'arcano segretissimo del suo cuore, ed a cui confidò i segreti della sua sapienza e non vuole che fosse all'oscuro del suo Mistero, mistero che a nessun principe o profeta fu mai rivelato; l'uomo al quale fu dato ciò che questi cercarono di vedere e non videro, di sentire e non sentirono. Solo a lui fu dato non solo di vederlo e di sentirlo, ma di portarlo in braccio, di allevarlo, di stringerlo al petto, di baciarlo, nutrirlo e vegliarlo.
La seconda volta l’angelo si presenta a Giuseppe per salvare la vita del bambino seriamente minacciata. I due santi sposi non erano in grado di sfuggire da soli alla furia di erode; anzi non erano neppure a conoscenza della terribile minaccia. Ma l’angelo si precipita da Giuseppe e lo chiama in sogno: “Sorgi! Prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto! Rimani colà sino al mio avviso! Erode infatti cerca il bambino per ucciderlo”. Egli si alzò che era ancora notte, prese il bambino e sua madre e se ne partì per l’Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode”.
Maria, “la donna fuggì con il bambino nel deserto”, guidata dall’affetto e dalla prudenza di Giuseppe, tutti e tre protetti “ dalle ali della grande aquila”. La fuga della sacra famiglia non sarà stata né comoda né facile. Anch’essa ha sofferto tutta la miseria dei profughi in lotta con la sabbia e col calore del deserto. Ciononostante l’angelo avrà fatto conoscere ai fuggitivi i pericoli, la meta e il tempo. Lo spirito celeste avrà dato loro la forza per cui nel loro animo non albergavano né timori esagerati né nervosismo.
L’ammonimento che l’angelo porta la terza volta, è assai più piacevole: “Morto Erode, ecco che l’angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, che si trovava in Egitto, e disse: “Alzati! Prendi il bambino con sua madre e va nella terra d’Israele! Poiché sono morti coloro che volevano la vita del bambino. Egli si levò, prese il bambino con la madre e se ne partì per la terra d’Israele”. Gesù doveva rimanere in Egitto non più a lungo di quanto fosse necessario per la sua sicurezza. La scarsa conoscenza della bibbia, ha portato qualcuno dei circoli esoterici ad affermare che egli nei parecchi anni di soggiorno in Egitto, avesse imparato l’antica magia dei faraoni e l’abbia poi utilizzata per i suoi miracoli. In realtà egli si è fermato in Egitto non più di due anni e per giunta nella prima fanciullezza. Gesù doveva crescere nella terra d’ Israele, nella cornice geografica e spirituale della rivelazione dell’Antico Testamento: quale straniero venuto dall’Egitto non avrebbe potuto realizzare la sua missione.
E’ stato un angelo a provocare questa deviazione nella sua vita. L’ultima volta che l’angelo ammonitore appare è per vincere l’indecisione di Giuseppe sulla scelta della località del rimpatrio. Anche la Palestina ha i suoi pericoli. Erode era morto ma il figlio Archelao, avrebbe lo stesso soffocato nel sangue un neonato Re dei Giudei. Il vangelo afferma: “Allorché Giuseppe udì che Archelao era al posto di suo padre erode, ebbe timore di andarvi. Ricevette informazioni in sogno e passò nel territorio della Galilea, dove si stabilì in una città di nome Nazareth”. Nella Galilea, fuori dalle grandi strade di comunicazione, Gesù potè maturare nel silenzio e prepararsi alla sua missione divina. L’angelo ammonitore ha terminato il suo compito. A Nazareth la giovane vita del Messia è sufficientemente protetta da Maria e da Giuseppe.
Dal vangelo non conosciamo più alcun intervento angelico fino alla tentazione. Tuttavia è lecito pensare che anche in quel periodo un angelo speciale avrà steso le sue ali sul fanciullo. Quando Gesù più tardi si ricorderà in modo particolare degli angeli dei bambini (Mt 18,10), vorrà probabilmente esprimere un sentimento di gratitudine verso l’angelo, che con tanta cura aveva vigilato sulla sua infanzia, cioè l’angelo ammonitore. E’ curioso che l’angelo sia apparso a Giuseppe tutte quattro le volte in sogno.
A Zaccaria, a Maria ed ai pastori, si è presentato in forma percettibile ai sensi esterni. Una apparizione visibile sembra più sicura e meno soggetta a illusioni: tanto più che sempre è collegata ad una illuminazione interiore. A Giuseppe invece è apparso solo in sogno: ciò era per lui sufficiente e onorevole allo stesso tempo.

venerdì, febbraio 10, 2012

SAN GIUSEPPE: UOMO PAZZO PER DIO



Durante l’Avvento ho meditato spesso sulla figura di San Giuseppe. E anche adesso, nel periodo natalizio, questo santo di cui non ci è stata tramandata nemmeno una frase, mi viene spesso in mente. Lo vedo come un uomo di fede vissuta e di serena disponibilità a Dio e al suo piano; un uomo che percorse strade simili a quelle percorse da Abramo: strade umanamente incomprensibili.
Ho contemplato questo santo con un grande senso di curiosità che chiamerei creativa e bella. Ecco come mi è apparso ed ecco i messaggi che affida a me e a voi che mi leggete.
Nel libro del profeta Michea c’è un versetto ricco di significato: “Ti è stato insegnato ciò che è buono, ciò che chiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare teneramente, camminare umilmente con il tuo Dio” (Michea 6,8).
Credo con questo versetto di poter descrivere San Giuseppe in modo vivace. Egli infatti praticò la giustizia, amò teneramente e camminò umilmente con il suo Dio. Specificando tutto ciò, ecco come egli mi si presenta ed ecco i messaggi che affida a me e a ogni persona che lo ascolta.
1. Un uomo sempre a contatto con il suo intimo, col suo cuore.
San Giuseppe mi dice: “Torna al tuo cuore. Evita la superficialità !”
2. Un uomo sempre in comunione con Dio.
San Giuseppe mi dice: “Ricorda sempre che sei perché Dio è. Cammina umilmente con Lu! ”
3. Un uomo amante del silenzio.
San Giuseppe mi dice:“ Il silenzio è la migliore voce di Dio ed è anche la tua migliore voce per comunicare con Lui!”
4. Un uomo con un profondo senso della missione affidatagli da Dio.
San Giuseppe mi dice: “Conosci la tua missione e spendi per essa le tue energie.”
5. Un uomo capace di sacrificio di sé.
San Giuseppe mi dice: “Vivi il martirio del cuore; vivi il martirio d’amore!”
6. Un uomo che veramente si fidò di Dio e della sua Parola.
San Giuseppe mi dice: “La Parola di Dio sia la tua forza e la tua gioia!
7. Un uomo pronto nel fare la volontà di Dio, fedele sino alla fine.
San Giuseppe mi dice: “La tua donazione a Dio e agli altri sia totale. Non esistano mezze misure!”
8. Un uomo libero.
San Giuseppe mi dice: “Non lasciarti schiavizzare da niente e da nessuno!”
9. Un uomo pazzo per Dio.
San Giuseppe mi chiede: “Io sono stato pazzo per Dio. Per che cosa sei pazzo tu?”

Con questi messaggi san Giuseppe ha interpretato per me e per voi il versetto biblico che ho citato sopra e anche il ritornello di un canto inglese che cito spesso: Grandi cose avvengono quando Dio si mescola con noi, quando l’iniziativa di Dio incontra la nostra corrispondenza…

Per intercessione di San Giuseppe,
Il Signore vi benedica e vi protegga;
faccia spendere il suo volto su di voi
e vi dia il suo amore misericordioso.
Il Signore vi doni il sorriso della sua amicizia
E vi dia la sua pace. Amen!

domenica, gennaio 01, 2012

LA PREGHIERA E LA SANTA FAMIGLIA DI NAZARET



Cari fratelli e sorelle,
l’odierno incontro si svolge nel clima natalizio, pervaso di intima gioia per la nascita del Salvatore. Abbiamo appena celebrato questo mistero, la cui eco si espande nella liturgia di tutti questi giorni. È un mistero di luce che gli uomini di ogni epoca possono rivivere nella fede e nella preghiera. Proprio attraverso la preghiera noi diventiamo capaci di accostarci a Dio con intimità e profondità. Perciò, tenendo presente il tema della preghiera che sto sviluppando in questo periodo nelle catechesi, oggi vorrei invitarvi a riflettere su come la preghiera faccia parte della vita della Santa Famiglia di Nazaret. La casa di Nazaret, infatti, è una scuola di preghiera, dove si impara ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato profondo della manifestazione del Figlio di Dio, traendo esempio da Maria, Giuseppe e Gesù.
Rimane memorabile il discorso del Servo di Dio Paolo VI nella sua visita a Nazaret. Il Papa disse che alla scuola della Santa Famiglia noi «comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo». E aggiunse: «In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri» (Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964).
Possiamo ricavare alcuni spunti sulla preghiera, sul rapporto con Dio, della Santa Famiglia dai racconti evangelici dell’infanzia di Gesù. Possiamo partire dall’episodio della presentazione di Gesù al tempio. San Luca narra che Maria e Giuseppe, «quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme, per presentarlo al Signore» (2,22). Come ogni famiglia ebrea osservante della legge, i genitori di Gesù si recano al tempio per consacrare a Dio il primogenito e per offrire il sacrificio. Mossi dalla fedeltà alle prescrizioni, partono da Betlemme e si recano a Gerusalemme con Gesù che ha appena quaranta giorni; invece di un agnello di un anno presentano l’offerta delle famiglie semplici, cioè due colombi. Quello della Santa Famiglia è il pellegrinaggio della fede, dell’offerta dei doni, simbolo della preghiera, e dell’incontro con il Signore, che Maria e Giuseppe già vedono nel figlio Gesù.
La contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale, poiché è nel suo grembo che si è formato, prendendo da lei anche un’umana somiglianza. Alla contemplazione di Gesù nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria. Lo sguardo del suo cuore si concentra su di Lui già al momento dell’Annunciazione, quando Lo concepisce per opera dello Spirito Santo; nei mesi successivi ne avverte a poco a poco la presenza, fino al giorno della nascita, quando i suoi occhi possono fissare con tenerezza materna il volto del figlio, mentre lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia. I ricordi di Gesù, fissati nella sua mente e nel suo cuore, hanno segnato ogni istante dell’esistenza di Maria. Ella vive con gli occhi su Cristo e fa tesoro di ogni sua parola. San Luca dice: «Da parte sua [Maria] custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19), e così descrive l’atteggiamento di Maria davanti al Mistero dell’Incarnazione, atteggiamento che si prolungherà in tutta la sua esistenza: custodire le cose meditandole nel cuore. Luca è l’evangelista che ci fa conoscere il cuore di Maria, la sua fede (cfr 1,45), la sua speranza e obbedienza (cfr 1,38), soprattutto la sua interiorità e preghiera (cfr 1,46-56), la sua libera adesione a Cristo (cfr 1,55). E tutto questo procede dal dono dello Spirito Santo che scende su di lei (cfr 1,35), come scenderà sugli Apostoli secondo la promessa di Cristo (cfr At 1,8). Questa immagine di Maria che ci dona san Luca presenta la Madonna come modello di ogni credente che conserva e confronta le parole e le azioni di Gesù, un confronto che è sempre un progredire nella conoscenza di Gesù. Sulla scia del beato Papa Giovanni Paolo II (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae) possiamo dire che la preghiera del Rosario trae il suo modello proprio da Maria, poiché consiste nel contemplare i misteri di Cristo in unione spirituale con la Madre del Signore. La capacità di Maria di vivere dello sguardo di Dio è, per così dire, contagiosa. Il primo a farne l’esperienza è stato san Giuseppe. Il suo amore umile e sincero per la sua promessa sposa e la decisione di unire la sua vita a quella di Maria ha attirato e introdotto anche lui, che già era un «uomo giusto» (Mt 1,19), in una singolare intimità con Dio. Infatti, con Maria e poi, soprattutto, con Gesù, egli incomincia un nuovo modo di relazionarsi a Dio, di accoglierlo nella propria vita, di entrare nel suo progetto di salvezza, compiendo la sua volontà. Dopo aver seguito con fiducia l’indicazione dell’Angelo - «non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20) - egli ha preso con sé Maria e ha condiviso la sua vita con lei; ha veramente donato tutto se stesso a Maria e a Gesù, e questo l’ha condotto verso la perfezione della risposta alla vocazione ricevuta. Il Vangelo, come sappiamo, non ha conservato alcuna parola di Giuseppe: la sua è una presenza silenziosa, ma fedele, costante, operosa. Possiamo immaginare che anche lui, come la sua sposa e in intima consonanza con lei, abbia vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Gesù gustando, per così dire, la sua presenza nella loro famiglia. Giuseppe ha compiuto pienamente il suo ruolo paterno, sotto ogni aspetto. Sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria. Lui, in particolare, lo avrà portato con sé alla sinagoga, nei riti del sabato, come pure a Gerusalemme, per le grandi feste del popolo d’Israele. Giuseppe, secondo la tradizione ebraica, avrà guidato la preghiera domestica sia nella quotidianità – al mattino, alla sera, ai pasti -, sia nelle principali ricorrenze religiose. Così, nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia.
E infine, un altro episodio che vede la Santa Famiglia di Nazaret raccolta insieme in un evento di preghiera. Gesù, l'abbiamo sentito, a dodici anni si reca con i suoi al tempio di Gerusalemme. Questo episodio si colloca nel contesto del pellegrinaggio, come sottolinea san Luca: «I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa» (2,41-42). Il pellegrinaggio è un’espressione religiosa che si nutre di preghiera e, al tempo stesso, la alimenta. Qui si tratta di quello pasquale, e l’Evangelista ci fa osservare che la famiglia di Gesù lo vive ogni anno, per partecipare ai riti nella Città santa. La famiglia ebrea, come quella cristiana, prega nell’intimità domestica, ma prega anche insieme alla comunità, riconoscendosi parte del Popolo di Dio in cammino e il pellegrinaggio esprime proprio questo essere in cammino del Popolo di Dio. La Pasqua è il centro e il culmine di tutto questo, e coinvolge la dimensione familiare e quella del culto liturgico e pubblico.
Nell’episodio di Gesù dodicenne, sono registrate anche le prime parole di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere in ciò che è del Padre mio?» (2,49). Dopo tre giorni di ricerche, i suoi genitori lo ritrovarono nel tempio seduto tra i maestri mentre li ascoltava ed interrogava (cfr 2,46). Alla domanda perché ha fatto questo al padre e alla madre, Egli risponde che ha fatto soltanto quanto deve fare il Figlio, cioè essere presso il Padre. Così Egli indica chi è il vero Padre, chi è la vera casa, che Egli non fatto niente di strano, di disobbediente. E' rimasto dove deve essere il Figlio, cioè presso il Padre, e ha sottolineato chi è il suo Padre. La parola «Padre» sovrasta quindi l'accento di questa risposta e appare tutto il mistero cristologico. Questa parola apre quindi il mistero, è la chiave al mistero di Cristo, che è il Figlio, e apre anche la chiave al mistero nostro di cristiani, che siamo figli nel Figlio. Nello stesso tempo, Gesù ci insegna come essere figli, proprio nell'essere col Padre nella preghiera. Il mistero cristologico, il mistero dell'esistenza cristiana è intimamente collegato, fondato sulla preghiera. Gesù insegnerà un giorno ai suoi discepoli a pregare, dicendo loro: quando pregate dite «Padre». E, naturalmente, non ditelo solo con una parola, ditelo con la vostra esistenza, imparate sempre più a dire con la vostra esistenza: «Padre»; e così sarete veri figli nel Figlio, veri cristiani.
Qui, quando Gesù è ancora pienamente inserito nella vita della Famiglia di Nazaret, è importante notare la risonanza che può aver avuto nei cuori di Maria e Giuseppe sentire dalla bocca di Gesù quella parola «Padre», e rivelare, sottolineare chi è il Padre, e sentire dalla sua bocca questa parola con la consapevolezza del Figlio Unigenito, che proprio per questo ha voluto rimanere per tre giorni nel tempio, che è la «casa del Padre». Da allora, possiamo immaginare, la vita nella Santa Famiglia fu ancora più ricolma di preghiera, perché dal cuore di Gesù fanciullo – e poi adolescente e giovane – non cesserà più di diffondersi e di riflettersi nei cuori di Maria e di Giuseppe questo senso profondo della relazione con Dio Padre. Questo episodio ci mostra la vera situazione, l'atmosfera dell'essere col Padre. Così la Famiglia di Nazaret è il primo modello della Chiesa in cui, intorno alla presenza di Gesù e grazie alla sua mediazione, si vive tutti la relazione filiale con Dio Padre, che trasforma anche le relazioni interpersonali, umane.
Cari amici, per questi diversi aspetti che, alla luce del Vangelo, ho brevemente tratteggiato, la Santa Famiglia è icona della Chiesa domestica, chiamata a pregare insieme. La famiglia è Chiesa domestica e deve essere la prima scuola di preghiera. Nella famiglia i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all’insegnamento e all’esempio dei genitori: vivere in un'atmosfera segnata dalla presenza di Dio. Un’educazione autenticamente cristiana non può prescindere dall’esperienza della preghiera. Se non si impara a pregare in famiglia, sarà poi difficile riuscire a colmare questo vuoto. E, pertanto, vorrei rivolgere a voi l’invito a riscoprire la bellezza di pregare assieme come famiglia alla scuola della Santa Famiglia di Nazaret. E così divenire realmente un cuor solo e un'anima sola, una vera famiglia. Grazie.






Benedetto XVI

mercoledì, dicembre 14, 2011

IL GUANELLA E SAN GIUSEPPE



“Vogliamo oggi lodare e ringraziare il Signore perché in san Luigi Guanella ci ha dato un profeta e un apostolo della carità”. Così ha detto papa Benedetto XVI il giorno della sua canonizzazione il 23 ottobre scorso in piazza san Pietro. Vissuto tra il 1842 e il 1915, ha fondato la congregazione dei Servi della Carità, distinguendosi per la fiducia assoluta nella Provvidenza e la predilezione verso gli anziani, gli handicappati e i ragazzi abbandonati. Don Guanella si annovera nella scia dei santi moderni della carità, di cui fa parte anche san Leonardo Murialdo. Noi qui lo vogliamo ricordare per la sua spiccata devozione a san Giuseppe. La venerazione che nutriva per il nostro santo derivava soprattutto dal fatto che san Giuseppe aveva avuto il privilegio non solo di vivere, ma anche di terminare la sua vita assistito da Gesù e da Maria, ed era dunque considerato Patrono dei moribondi. Si racconta che nei primi anni del ‘900, avendo preso a Roma una colonia agricola, andando in mezzo a quelle baracche meditava in cuor suo quello che avrebbe potuto fare per la povera gente che vi abitava. Pensò di farvi un centro d’accoglienza e di edificarvi una chiesa dedicata a san Giuseppe. Nessun Santo, meglio dello Sposo della Vergine Maria, che era Patrono dei lavoratori e costituiva l’esempio più elevato del padre delle famiglie cristiane, poteva essere invocato come protettore di quel popoloso quartiere. L’architetto era il noto Ing. Aristide Leonori. Fu così che venne costruita la Basilica di San Giuseppe al Trionfale, non lontano dal Vaticano, il cui progetto il Papa Pio X aveva sempre seguito con paterna partecipazione e con il suo soccorso finanziario. Fu terminata nel 1912. D’altra parte la chiesa dell’Immacolata al Tiburtino non era stata più intitolata al Santo, come era inizialmente previsto. L’anno seguente don Guanella fondò la “Pia Unione del Transito di san Giuseppe” per i morenti e nel 1914 la rivista “La santa Crociata in onore di san Giuseppe”, affermandosi poi come uno dei maggiori “centri giuseppini”. Si avverava il sogno di san Luigi Guanella che desiderava realizzare “un trono di grazie, da cui i moribondi di ciascun giorno, attraverso il mondo intero, ricevessero i divini soccorsi per il gran passo all’eternità”.



Angelo Catapano

sabato, novembre 12, 2011

NAZARET: CITTA' DI GESU', MARIA E GIUSEPPE



"La pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo!" (Col 3,15). Con queste parole dell’apostolo Paolo, saluto tutti voi con affetto nel Signore. Mi rallegro di essere venuto a Nazareth, luogo benedetto dal mistero dell’Annunciazione, il posto che ha visto gli anni nascosti della crescita di Cristo in sapienza, età e grazia (cfr Lc 2,52). Ringrazio l’Arcivescovo Elia Chacour per le cortesi parole di benvenuto, ed abbraccio con il segno della pace i miei confratelli Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e tutti i fedeli della Galilea, che, nella diversità dei riti e delle tradizioni, danno espressione all’universalità della Chiesa di Cristo. Porgo un rispettoso saluto al Presidente di Israele, che ci onora della sua presenza. Desidero ringraziare in modo speciale quanti hanno reso possibile questa celebrazione, particolarmente coloro che sono stati coinvolti nella pianificazione e nella costruzione di questo nuovo teatro con il suo splendido panorama.
Qui nella città di Gesù, Maria e Giuseppe, siamo riuniti per segnare la conclusione dell’Anno della Famiglia celebrato dalla Chiesa nella Terra Santa. Come segno promettente per il futuro, benedirò la prima pietra di un Centro internazionale per la Famiglia, che sarà costruito a Nazareth. Preghiamo affinché esso promuova una forte vita familiare in questa regione, offra sostegno ed assistenza alle famiglie ovunque, e le incoraggi nella loro insostituibile missione nella società.
È inoltre mia speranza che questa tappa del mio pellegrinaggio attiri l’attenzione di tutta la Chiesa verso questa città di Nazareth. Abbiamo tutti bisogno, come disse qui il Papa Paolo VI, di tornare a Nazareth, per contemplare sempre di nuovo il silenzio e l’amore della Sacra Famiglia, modello di ogni vita familiare cristiana. Qui, sull’esempio di Maria, di Giuseppe e di Gesù, possiamo giungere ad apprezzare ancor di più la santità della famiglia, che, nel piano di Dio, si basa sulla fedeltà per la vita intera di un uomo e di una donna, consacrata dal patto coniugale ed aperta al dono di Dio di nuove vite. Quanto hanno bisogno gli uomini e le donne del nostro tempo di riappropriarsi di questa verità fondamentale, che è alla base della società, e quanto importante è la testimonianza di coppie sposate in ordine alla formazione di coscienze mature e alla costruzione della civiltà dell’amore!
Nella prima lettura odierna, tratta dal Siracide, la parola di Dio presenta la famiglia come la prima scuola della sapienza, una scuola che educa i propri membri nella pratica di quelle virtù che portano alla felicità autentica e ad un durevole appagamento. Nel piano divino per la famiglia, l’amore del marito e della moglie porta frutto in nuove vite, e trova quotidiana espressione negli amorevoli sforzi dei genitori di assicurare un’integrale formazione umana e spirituale per i loro figli. Nella famiglia ogni persona, sia che si tratti del bambino più piccolo o del genitore più anziano, viene considerata per ciò che è in se stessa e non semplicemente come un mezzo per altri fini. Qui iniziamo a vedere qualcosa del ruolo essenziale della famiglia come primo mattone di costruzione di una società ben ordinata e accogliente. Possiamo inoltre giungere ad apprezzare, all’interno della società più ampia, il ruolo dello Stato chiamato a sostenere le famiglie nella loro missione educatrice, a proteggere l’istituto della famiglia e i suoi diritti nativi, come pure a far sì che tutte le famiglie possano vivere e fiorire in condizioni di dignità.
Scrivendo ai Colossesi, l’apostolo Paolo parla istintivamente della famiglia quando cerca di illustrare le virtù che edificano "l’unico corpo", che è la Chiesa. Quali "scelti da Dio, santi e amati", siamo chiamati a vivere in armonia e in pace l’uno con l’altro, mostrando anzitutto magnanimità e perdono, con l’amore quale più alto vincolo di perfezione (cfr Col 3,12-14). Come nel patto coniugale, l’amore dell’uomo e della donna viene innalzato dalla grazia fino a divenire condivisione ed espressione dell’amore di Cristo e della Chiesa (cfr Ef 5,32), così anche la famiglia fondata sull’amore viene chiamata ad essere una "Chiesa domestica", luogo di fede, di preghiera e di preoccupazione amorevole per il bene vero e durevole di ciascuno dei propri membri.
Mentre riflettiamo su tali realtà in questa che è la città dell’Annunciazione, il nostro pensiero si volge naturalmente a Maria, "piena di grazia", la Madre della Santa Famiglia e nostra Madre. Nazareth ci ricorda il dovere di riconoscere e rispettare dignità e missione concesse da Dio alle donne, come pure i loro particolari carismi e talenti. Sia come madri di famiglia, come una vitale presenza nella forza lavoro e nelle istituzioni della società, sia nella particolare chiamata a seguire il Signore mediante i consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, le donne hanno un ruolo indispensabile nel creare quella "ecologia umana" (cfr Centesimus annus, 39) di cui il mondo, e anche questa terra, hanno così urgente bisogno: un ambiente in cui i bambini imparino ad amare e ad apprezzare gli altri, ad essere onesti e rispettosi verso tutti, a praticare le virtù della misericordia e del perdono.
Qui pensiamo pure a san Giuseppe, l’uomo giusto che Dio pose a capo della sua casa. Dall’esempio forte e paterno di Giuseppe, Gesù imparò le virtù della pietà virile, della fedeltà alla parola data, dell’integrità e del duro lavoro. Nel falegname di Nazareth poté vedere come l’autorità posta al servizio dell’amore sia infinitamente più feconda del potere che cerca di dominare. Quanto bisogno ha il nostro mondo dell’esempio, della guida e della calma forza di uomini come Giuseppe!
Infine, nel contemplare la Sacra Famiglia di Nazareth, rivolgiamo lo sguardo al bambino Gesù, che nella casa di Maria e di Giuseppe crebbe in sapienza e conoscenza, sino al giorno in cui iniziò il ministero pubblico. Qui vorrei lasciare un pensiero particolare ai giovani presenti. Il Concilio Vaticano II insegna che i bambini hanno un ruolo speciale nel far crescere i loro genitori nella santità (cfr Gaudium et spes, 48). Vi prego di riflettere su questo e di lasciare che l’esempio di Gesù vi guidi non soltanto nel mostrare rispetto ai vostri genitori, ma anche nell’aiutarli a scoprire più pienamente l’amore che dà alla nostra vita il senso più completo. Nella Sacra Famiglia di Nazareth fu Gesù ad insegnare a Maria e Giuseppe qualcosa della grandezza dell’amore di Dio, suo celeste Padre, la sorgente ultima di ogni amore, il Padre da cui ogni paternità in cielo e in terra prende nome (cfr Ef 3,14-15).
Cari amici, nella colletta della Messa odierna abbiamo chiesto al Padre di "aiutarci a vivere come la Sacra Famiglia, unita nel rispetto e nell’amore". Rinnoviamo qui il nostro impegno ad essere lievito di rispetto e di amore nel mondo che ci attornia. Questo Monte del Precipizio ci ricorda, come lo ha fatto con generazioni di pellegrini, che il messaggio del Signore fu talvolta sorgente di contraddizione e di conflitto con i propri ascoltatori. Purtroppo, come il mondo sa, Nazareth ha sperimentato tensioni negli anni recenti che hanno danneggiato i rapporti fra le comunità cristiana e musulmana. Invito le persone di buona volontà di entrambe le comunità a riparare il danno che è stato fatto, e in fedeltà al comune credo in un unico Dio, Padre dell’umana famiglia, ad operare per edificare ponti e trovare modi per una pacifica coesistenza. Ognuno respinga il potere distruttivo dell’odio e del pregiudizio, che uccidono l’anima umana prima ancora che il corpo!
Permettetemi di concludere con una parola di gratitudine e di lode per quanti si adoperano per portare l’amore di Dio ai bambini di questa città e per educare le generazioni future nelle vie della pace. Penso in modo speciale agli sforzi delle Chiese locali, particolarmente nelle loro scuole e nelle istituzioni caritative, per abbattere i muri e per essere fertile terreno d’incontro, di dialogo, di riconciliazione e di solidarietà. Incoraggio i sacerdoti, i religiosi, i catechisti e gli insegnanti che sono impegnati, insieme con i genitori e quanti si dedicano al bene dei nostri ragazzi, a perseverare nel dare testimonianza al Vangelo, ad aver fiducia nel trionfo del bene e della verità e a confidare che Dio farà crescere ogni iniziativa destinata a diffondere il suo Regno di santità, solidarietà, giustizia e pace. Al tempo stesso riconosco con gratitudine la solidarietà che tanti nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo mostrano verso i fedeli della Terra Santa, sostenendo i lodevoli programmi ed attività del Catholic Near East Welfare Association.
"Si faccia di me secondo la tua parola" (Lc 1,38). La Vergine dell’Annunciazione, che coraggiosamente aprì il cuore al misterioso piano di Dio, e divenne Madre di tutti i credenti, ci guidi e ci sostenga con la sua preghiera. Ottenga per noi e le nostre famiglie la grazia di aprire le orecchie a quella parola del Signore che ha il potere di edificarci (cfr At 20,32), di ispirarci decisioni coraggiose e di guidare i nostri passi sulla via della pace!






Benedetto XVI



lunedì, settembre 12, 2011

CENTRO STUDI SAN GIUSEPPE





La riunione del Centro Studi san Giuseppe si è tenuta a Roma in casa generalizia sabato 10 settembre mattina 2011, con la presenza del direttore p. Angelo Catapano, di p. Pedro Olea, p. Gianfranco Verri e la prof. Stefania Colafranceschi; è intervenuto nella prima parte anche il padre generale p. Mario Aldegani.
Si è costatata la riuscita della Giornata su san Giuseppe realizzata presso l’Istituto teologico San Pietro di Viterbo il 17 marzo scorso, con la partecipazione di studenti e docenti. Si ringrazia l’Istituto e la comunità per la bella ospitalità. Per dare maggiore risonanza all’iniziativa e perché i contributi offerti possano avere una più ampia diffusione, si ritiene opportuna la pubblicazione degli atti nella collana dei volumetti della Forper (LEM). Ci si impegna ora nella raccolta delle relazioni, a cui potrebbe seguire possibilmente la presentazione del libro stesso, magari a Viterbo. Vi si potrebbe aggiungere la catechesi giuseppina preparata da p. Pedro in occasione della GMG. A tale riguardo si vede con piacere il fatto che sia stata proposta a Madrid una riflessione anche su san Giuseppe nel contesto della Giornata Mondiale della Gioventù.
Si pensa di continuare a collaborare nel nuovo anno con la redazione di Vita Giuseppina con pezzi sulla spiritualità giuseppina del Servo di Dio Eugenio Reffo (che speriamo prossimamente Venerabile); può essere utile sul tema il contributo del Verri all’ultimo Simposio in Polonia. Anche altre figure di personaggi (confratelli, magistero, santi, scrittori, biografi di Cristo e di Maria…) offrono spunti per ricerche e articoli. Sono da valorizzare pure le riviste La voce di san Giuseppe, Lettere giuseppine, Estudios josefinos, ecc.. Alla collezione delle immaginette sacre di san Giuseppe in DVD di p. Giuseppe Taveri si è aggiunta quella di p José Vicente Novoa dall’Ecuador.
E’ parsa felicemente indovinata la stagione capitolare all’insegna della Parola “tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”, uno slogan che unisce la missione educativa verso i giovani bisognosi di oggi e la nostra identità ispirata a san Giuseppe. In linea con la medesima suggestione dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù dodicenne, si potrebbe dedicare il 2012 proprio a san Giuseppe e alla sua figura paterna di educatore, considerando che ricorrono giusto 2000 anni da quell’episodio evangelico.
Come Centro, chiediamo espressamente al Superiore generale che inviti fraternamente tutti e singoli i sacerdoti giuseppini ad aggiungere ogni giorno nella preghiera eucaristica, dopo l’invocazione della Beata Vergine Maria, “con san Giuseppe suo sposo” (in sintonia con quanto richiesto a suo tempo dal beato Giovanni XXIII). Come proposta, si pensa di raccogliere in un fascicolo Messe proprie o devozionali esistenti (in altre congregazioni, associazioni e varie lingue) in modo da arricchire la scelta delle messe votive, o integrare gli inni della liturgia delle ore il mercoledì. Come mozione, si domanda al Capitolo generale di preparare un “calendario giuseppino” con la valorizzazione delle date di congregazione e dei santi patroni nell’anno liturgico.
La prof. Colafranceschi ha aggiornato sul suo lavoro, competente e appassionato, sull’iconografia e il nostro santo, la collaborazione alla Confederazione confraternite, a mostre (Piombino) ed eventi. Si è concluso infine con un accenno ai temi da trattare al prossimo Simposio internazionale, previsto in Messico nel 2013.

p. Angelo Catapano

lunedì, luglio 25, 2011

GIUSEPPE IL PADRE CHE CI MANCA



Oggi, quando la figura del padre è indebolita e messa in discussione dalla procreazione artificiale, più volte si è sottolineato che il santo ricordato nel giorno della «festa del papà», Giuseppe, non è un padre naturale. L’indagine su questa figura evangelica e sulla sua storia nelle società cristiane è di grande interesse, come prova un’importante ricerca appena pubblicata in Francia (Paul Payan, Joseph. Une image de la paternité dans l’occident médiéval, Aubier), che parte dagli inizi della devozione allo sposo di Maria. Inizi non facili, se si osserva che come nome di battesimo quello di Giuseppe era pochissimo diffuso fra i cristiani sino alla fine del Quattrocento, quando appunto cominciò a decollare, grazie soprattutto alla propaganda dei francescani. Giuseppe è un personaggio difficile, se non imbarazzante: il dogma della perpetua verginità di Maria lo pone infatti, fin dai primi secoli del cristianesimo, nello spinoso ruolo dello sposo forzatamente casto, capo di una famiglia dove la moglie e il figlio sono entrambi molto superiori a lui.
Per rendere credibile questa situazione l’apocrifo Protovangelo di Giacomo lo raffigura anziano, per adombrarne l’inattività sessuale, e vedovo, per spiegare in questo modo la menzione dei «fratelli» di Gesù nei Vangeli. E l’età avanzata gli è rimasta addosso, nonostante i tentativi - il più importante fu quello di Jean Gerson - di diminuirne l’età, facendo così della castità di Giuseppe una scelta non obbligata che lo avvicina spiritualmente alla Vergine. Anzi, una delle ragioni della diffidenza dei cristiani verso lo sposo di Maria sta proprio in questa sua somiglianza con un personaggio tipico delle novelle satiriche, lo sposo anziano tradito dalla giovane moglie e costretto ad allevare un figlio non suo. Versione dileggiante del ruolo di Giuseppe riproposta anche da molte opere d’arte sacra: queste lo ritraggono come un contadino goffo, che suscita il riso per la sua inabilità di artigiano, riverber andosi sull’incapacità di mantenere dignitosamente la moglie e il figlio. E sino alla fine del medioevo egli non viene mai rappresentato da solo, e sempre un po’ separato dai personaggi più importanti, Gesù e Maria.
Soltanto dal Quattrocento, in nuove rappresentazioni della natività di Gesù, sia Maria che Giuseppe sono inginocchiati davanti al figlio, ad adorarlo nella stessa posizione. È difficile rivolgere le proprie preghiere a un uomo così umile che non sembra capace di soccorrere i fedeli come altre figure più eroiche di martiri o difensori della fede. Il culto dello sposo di Maria, padre putativo di Gesù, si sviluppa quindi solo in età moderna, quando il santo comincia a essere un modello, non solo un protettore, e non diviene davvero una devozione popolare fino all’Ottocento, quando è valorizzato anche come lavoratore in contrapposizione al socialismo dilagante. Nel 1870 Pio IX lo dichiara protettore della Chiesa universale, e nel corso del Novecento gli verranno dedicate ben due feste, il 19 marzo come patrono e modello dei padri, e il 1° maggio come artigiano, in palese contrappunto con la festa d’origine socialista. Nel cristianesimo antico Giuseppe era percepito come l’ultimo patriarca, anello di unione fra antica e nuova economia: proprio per questo è stato rappresentato spesso lontano dalla scena principale, pensoso, testimone dell’incarnazione di Cristo, ma poi anche in veste di ultimo ebreo, che come copricapo talvolta portava proprio il berretto a tre punte imposto in molte città medievali agli ebrei. Il culto di san Giuseppe, incentrato sulla sua umiltà e sul servizio a Gesù, nasce in ambiente monastico, spesso con sfumature mistiche, come in san Bernardo, che valorizza la sua intimità fisica con il figlio.
Ma sono i francescani, nell’ambito della loro complessiva valorizzazione dell’umanità di Gesù, a proporre Giuseppe come esempio da seguire. Per loro diventa positiva la povertà della sacra famiglia e del suo umile custode, e per i loro superiori non usano il termine «abate», che significa padre, ma quello di «custode», attribuito appunto a colui che doveva custodire il piccolo Gesù e sua madre. Nel promuovere la figura di Giuseppe, più successo dei francescani ebbero però i Servi di Maria, primi a festeggiarlo il 19 marzo, poco prima della festa dell’Annunciazione: il santo costituiva infatti il modello naturale del loro ordine, che ne legittimava l’identità impedendo una fusione con altri ordini mendicanti.
Ma il vero riscopritore dell’importanza teorica del padre putativo di Gesù fu Gerson, che influenzò l’ambiente universitario parigino del primo Quattrocento proponendolo come modello politico di pace e di unione. In un momento di forte crisi del papato, durante lo scisma d’Occidente, il teologo scrive che la Chiesa ha bisogno di nuovi punti di riferimento e di nuovi modelli di mediazione perché Pietro non sembra più sufficiente, e in un sermone pronunciato al concilio di Costanza propone Giuseppe come nuovo modello di guida politica, capofamiglia ma anche umile servitore di Gesù.
La proposta di Gerson non ebbe seguito immediato, ma fu ripresa nel Cinquecento dai francescani, che fecero di san Giuseppe un esempio di padre spirituale, e quindi del clero, mediatore fra Dio e gli uomini. Ma, al tempo stesso, anche modello per i padri naturali in un’epoca che, dopo la svalutazione della paternità naturale di fronte a quella spirituale, aveva il problema di ricostruire in ambito cattolico il modello paterno di fronte alla Riforma che, abolendo il clero, aveva accentuato il ruolo del padre di famiglia. In questa lunga e affascinante storia Giuseppe dunque non compare mai come figura di potere, ma piuttosto si afferma come mediatore, un pacificatore che risolve situazioni complicate. E di un padre così c’è molto bisogno anche oggi.






Lucetta Scaraffia